La retorica moderna: analisi del linguaggio politico sui social media

La retorica moderna: analisi del linguaggio politico sui social media.

Prima di immergerci nell’ arena digitale, è bene chiarire un punto: la retorica non è (solo) l’ arte di fare discorsi vuoti. Sin dall’ antica Grecia, la retorica è la tecnica della persuasione. È la capacità di utilizzare il linguaggio, che sia una parola, un’ immagine o un video, per influenzare le opinioni, le emozioni e i comportamenti di chi ascolta.
Se Aristotele la esercitava nelle piazze di Atene, oggi i leader politici la esercitano negli algoritmi di TikTok, di Instagram, e su tutti i social in cui si messaggia istantaneamente e direttamente.

La retorica politica sui social non è solo una “versione digitale” dei vecchi comizi; è un ecosistema con regole proprie che hanno trasformato radicalmente il modo in cui il potere comunica con i cittadini.

Dimenticate le tribune elettorali in bianco e nero e i discorsi fiume nelle piazze gremite. Oggi la politica abita in uno spazio di pochi pollici, incastrata tra il video di una ricetta e la foto di un tramonto. In questo ecosistema, la parola non serve più solo a informare o convincere, ma a sedurre l’ algoritmo. La retorica moderna è diventata un’ arma di precisione chirurgica: rapida, emotiva e spietatamente sintetica.
Ma cosa resta del pensiero critico quando il dibattito democratico si riduce a un meme o a un tweet di circa 200 caratteri?

La disintermediazione: il “dietro le quinte” come strategia
Il crollo della barriera tra leader e cittadino ha creato l’ illusione di una vicinanza totale. Il politico non è più un’ entità astratta, ma un “amico” che condivide la quotidianità.

Si passa dal logos (il ragionamento) all’ ethos (il carattere). La fiducia non si guadagna con un programma economico, ma mostrando di mangiare lo stesso cibo o di avere gli stessi problemi dell’ elettore.

Pensiamo all’ uso magistrale di TikTok da parte di importanti leader politici, capi di Stato, ministri che documentano spesso perfino ogni pasto o momento familiare.
Questa “umanizzazione” serve spesso a disinnescare le critiche politiche: è difficile attaccare ferocemente qualcuno che ti sembra di conoscere personalmente, che ha i tuoi stessi hobby, le tue stesse abitudini.

Questa nuova forma di comunicazione ha portato ad un vero e proprio crollo della “torre d’ avorio”.
Questo tipo di disintermediazione non è solo, infatti, l’ assenza di giornalisti tra il personaggio politico e il pubblico: è una rivoluzione antropologica.
Il leader politico ha smesso di essere un’ autorità distante per diventare un “content creator” (produttore e consumatore) di contenuti.

Un vero e proprio cambiamento del vecchio registro: se un tempo il discorso politico richiedeva un vocabolario ricercato, oggi vince l’ uso e la percezione di un parlare schietto, senza filtri.
Questo crea un legame di fiducia basato sulla somiglianza: “parla come me, si esprime con la tecnologia che uso anche io, quindi è uno di noi !!”.

Ogni foto del proprio animale domestico, di un piatto di pasta o di un momento di stanchezza è un atto retorico studiato. Serve a “umanizzare il potere”.

Pensiamo all’ uso di Instagram Stories, Facebook, Tik Tok, da parte di esponenti politici oramai in ogni parte del mondo: mostrare i preparativi dietro un vertice o la vita domestica serve a costruire un Ethos (carattere) basato sulla trasparenza percepita, sulla vicinanza ai followers.

Il primo grande cambiamento della retorica moderna è stato quindi nell’ abbattimento dei filtri. Ossia dell’ uso di quei massmedia e mezzi di comunicazione che un tempo erano i più diffusi per veicolare il proprio pensiero politico.Un tempo, ad esempio il messaggio politico passava attraverso il vaglio del giornalismo (c’ era una mediazione del messaggio). Oggi, il politico parla direttamente all’ elettore.

Si abbandona quindi un certo linguaggio tecnico: il messaggio politico tende ad essere più superficiale nel contenuto e nella forma anche per venire incontro alla necessaria brevità del messaggio da trasmettere, visto che gli utenti dei social non impiegano molto tempo a scrollare e ad individuare un altro post che trovano più interessante e il “politichese” complesso è destituito da un linguaggio con tono più colloquiale, quasi amicale.
L’ obiettivo? Creare una percezione di autenticità: il politico si mostra a colazione o nel dietro le quinte per costruire un’ immagine di “persona comune”, riducendo la distanza gerarchica tre eletto ed elettore o solo simpatizzante.

In un ambiente saturo di informazioni, la retorica deve farsi “iper-sintetica”.
La complessità e quindi uno stile prolisso e più tecnico è punita dall’ algoritmo perché riduce il tempo di permanenza di chi visualizza che è bombardato da una vastità di messaggi: ecco allora l’uso sfrenato degli slogan “visivi” nell’ economia dell’ “attenzione”.

Il meme per esempio è diventato l’ “unità retorica” definitiva.
Contiene un’ implicazione culturale, un avversario da schernire e una verità semplificata, a volte è offensivo.

La retorica social e quindi anche quella politica non usa i numeri per spiegare, ma per stupire ed intrattenere. I dati delle visualizzazioni diventano “distintivi” dell’ importanza del politico.
Ho più numero di visualizzazioni della mia “storia”, la mia dichiarazione politica è più importante della tua perchè ha raggiunto più persone.

Testi enormi che catturano l’ occhio dei follower durante lo scrolling compulsivo, a volte autoconvincono inoltre i mittenti che i loro destinatari apprezzano la loro azione interattiva, non riconoscendo che spesso entra in una bolla di “messaggi virali”.

In un’ economia dell’ attenzione c’è un uso disinvolto di sintesi e slogan.
In un feed dove l’ utente scorre velocemente, la complessità è il nemico.
La retorica moderna deve essere “masticabile” in pochi secondi.
Si assiste quindi alla sostituzione del pensiero complesso che viene ridotto ad hashtag o frasi ad effetto.
Inoltre spesso è l’ immagine o il video a dettare la linea retorica, mentre il testo serve solo da didascalia emotiva e persuasiva.

In un “feed” che scorre a velocità folle, la pacatezza è invisibile. La retorica moderna deve “urlare” per essere vista.

Si assiste alla “memetizzazione” della politica. Il messaggio deve essere visivo, ad alto contrasto e immediato. La complessità viene vista come un segno di debolezza o di scarsa chiarezza.
L’ uomo ,come diceva qualcuno, il più grande essere politico, per adattarsi e quindi sopravvivere a questa trasformazione epocale tende quindi a “mimetizzarsi”, a mostrare e a cambiare il colore di una pelle che non gli appartiene. Molto spesso lo sfondo è la quotidianità e quei sentimenti populistici che animano da sempre l’ umore e i pensieri dei sostenitori politici.
Slogan come “L’ Italia agli italiani” o “Riappropriamoci della nostra sovranità” : sono concetti che non spiegano il “come”, ma evocano un “cosa” desiderabile.

I social media tendono a premiare i contenuti che generano forti reazioni (indignazione o approvazione).
Sui social l’ indignazione produce più engagement della condivisione d’ intenti. La retorica moderna si nutre quindi della creazione di un “altro” da combattere.
Ciò ha esasperato la natura dialettica della politica in quanto con questa dicotomia la retorica si focalizza meno sulle proposte e più sulla delegittimazione dell’ avversario: un perenne “noi” contro “loro”.
Il linguaggio diventa autoreferenziale, studiato per confermare i pregiudizi di chi già sostiene il leader, piuttosto che per convincere gli indecisi.

La politica diventa una partita di calcio. Il linguaggio è bellico: si “asfalta” l’avversario, si “distruggono” le sue tesi. Questo crea le cosiddette “echo chambers, dove l’ elettore ascolta solo chi la pensa come lui, radicalizzando le proprie posizioni.

La retorica di molti esponenti e personaggi politici sulle varie piattaforme anche “autogestite” o le dinamiche di scontro tra “sovranisti” e “globalisti”. Il linguaggio non cerca il compromesso, ma la capitolazione dell’ avversario, spesso etichettato con epiteti dispregiativi (es. “buonisti”, “negazionisti”, “radical chic”) per chiudere ogni spazio di dialogo reale.

Le piattaforme social non sono neutre: il loro obiettivo è il tempo di permanenza. Nulla trattiene un utente sullo schermo quanto il conflitto.

Ecco allora la costruzione del nemico: la retorica moderna necessita costantemente di un antagonista. Se non c’è un nemico reale, la creazione di un nemico è fondamentale. Se Don Chisciotte della Mancia vedeva giganti dove c’ erano mulini, il politico moderno indica nemici invisibili per compattare la sua “bolla”.Basti pensare a vocaboli come “élite”, i migranti, i “no-vax”, i “complottisti”. Il linguaggio diventa bellico: “difesa”, “attacco”, “vittoria”, “tradimento”.La retorica contro l’ Europa, i mercati o i “poteri forti”.
Il linguaggio bellico serve a trasformare l’ elettore in un soldato digitale pronto a difendere il proprio cavaliere.
La retorica moderna necessita costantemente di un antagonista: il linguaggio diventa bellico: “difesa”, “attacco”, “tradimento”.

L’ algoritmo propone contenuti simili a quelli con cui abbiamo interagito.La retorica di conseguenza si adegua diventando sempre più autoreferenziale. Il leader non parla più al Paese, ma alla sua “bolla”, confermandone paure e desideri.
Questo tipo di linguaggio spesso utilizza termini per categorizzare e combattere un intero blocco di pensiero, dividendo il mondo in “buoni” e “cattivi”.

Le piattaforme social non sono neutre: il loro obiettivo è trattenere l ‘utente e nulla lo trattiene quanto il conflitto e l’ indignazione.
Si categorizza il mondo in fazioni contrapposte durante ,per esempio, i conflitti internazionali, dove il linguaggio sfuma ogni grigio in favore del bianco o nero.

Assieme a ciò, grazie ai big data, la retorica social non è più un monologo rivolto alla nazione, ma un insieme di sussurri mirati.

Attraverso le inserzioni a pagamento, un leader può inviare un messaggio sulla sicurezza ai residenti delle periferie e, contemporaneamente, un messaggio sui diritti civili ai giovani universitari. Il linguaggio si frammenta per compiacere l ‘interlocutore, rischiando però l’ incoerenza.

Oggi, durante le elezioni europee o nazionali, vediamo come lo stesso partito usi toni radicali su Facebook (popolato da un’ utenza più adulta) e toni pop o ironici su Instagram e TikTok (per la Generazione Z).

Il concetto di “opinione pubblica” sta svanendo in favore di migliaia e milioni di “opinioni private”.

La retorica moderna è modulare. Un leader può sostenere una tesi e il suo esatto contrario in due “dark post” (post visibili solo a determinati segmenti di pubblico) senza che la massa se ne accorga.
Questo porta a una politica camaleontica.
Poiché i messaggi sono calibrati sui pregiudizi dell’ utente, non c’è più un terreno comune per il confronto. La retorica non serve a convincere chi è lontano, ma a radicalizzare chi è già vicino.

L’ uso di algoritmi per identificare “elettori indecisi” su temi specifici come il possesso di armi o il costo della sanità permette di inviare messaggi retorici così specifici da risultare irresistibili per quel singolo individuo.

Le campagne basate su AI e Big Data (come visto nelle recenti elezioni nazionali) si basano su strategie che intercettano le paure specifiche di un quartiere, di un tipo di lavoratore o di una fascia d’età, usando un linguaggio “su misura” che non verrebbe mai usato in un comizio nazionale.

Non esiste più un unico “popolo”, ma una miriade di nicchie. La retorica moderna si adatta grazie ai dati.
Attraverso gli algoritmi, il linguaggio viene calibrato per “risuonare” come in una campana con le paure o i desideri di specifici gruppi demografici.
Non si cerca più il consenso universale, ma la mobilitazione di segmenti specifici, spesso portando a una retorica più radicale e meno incline al compromesso.

La retorica moderna non risponde solo alla logica politica, ma a quella matematica delle piattaforme.
L’ uso di toni provocatori o iperbolici è utilizzato per forzare l’ algoritmo a mostrare il contenuto a più persone.

Tutto è presentato come una crisi imminente o una vittoria storica, eliminando le sfumature e il tempo della riflessione, introducendo una nuova estetica dell’ urgenza.

Se un post non riceve interazioni, il messaggio politico scompare. Questo obbliga i politici a trasformarsi in influencer.
Si predilige il post provocatorio o il video ironico. La politica diventa una branca dell’ intrattenimento.

Tutto avviene nel presente immediato, con una perdita della prospettiva storica.
Questo impedisce una retorica basata su progetti a lungo termine, favorendo invece risposte emotive a eventi del momento.
La forma (il trend) mangia il contenuto (la proposta).

Il contenuto del messaggio è diventato secondario rispetto alla sua capacità di essere distribuito dalla piattaforma.

Il politico moderno deve essere un content creator. La retorica segue i trend: se un particolare suono o formato video è popolare, il messaggio politico viene forzato dentro quel contenitore, anche a costo di apparire ridicolo.
I video dei politici che partecipano alle “challenge” del momento o che usano l’ ironia dei meme per ridicolizzare gli avversari.
La politica non guida più il costume, ma lo insegue per restare rilevante nei feed degli utenti.

Analizzare la retorica moderna non significa demonizzare i social, ma capire che la forma sta diventando sostanza. Il rischio è che la velocità del mezzo finisca per svuotare il dibattito democratico dei suoi contenuti essenziali.
La retorica moderna sui social media è un’ arma potente che ha democratizzato l’ accesso alla parola, ma ha anche inaridito il contenuto del dibattito. La sfida per chi legge, oggi, non è solo capire cosa viene detto, ma perché l’ algoritmo ha deciso di farcelo leggere proprio in quel modo. In un mondo di slogan rapidi, la vera rivoluzione potrebbe essere tornare a pretendere la lentezza della complessità.

La retorica moderna sui social media ha trasformato il cittadino da ascoltatore critico a consumatore emotivo. Se da un lato la tecnologia ha abbattuto le barriere d’ accesso, permettendo a chiunque di interagire con il potere, dall’ altro ha svuotato il linguaggio politico della sua funzione primaria: la costruzione di un senso comune attraverso il ragionamento.

La sfida del futuro non sarà tanto limitare l’ uso dei social da parte dei politici, quanto educare gli utenti a riconoscere le trappole cognitive della nuova retorica. In un mondo che ci chiede di reagire in un millisecondo con un “cuore” o una “faccia arrabbiata”, il vero atto di resistenza politica è fermarsi, leggere oltre lo slogan e pretendere la complessità.

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