Libertà vs “Hate Speech”: dove tracciare il limite della parola libera?
Il dilemma tra libertà di espressione e tutela della dignità umana è il cuore pulsante del diritto moderno e dell’ etica digitale.
Nel mercato delle idee, la libertà di espressione è spesso considerata un “diritto assoluto”. Ma cosa succede quando le parole diventano armi? Il confine tra un ‘opinione forte e il cosiddetto hate speech (incitamento all’ odio) è oggi il terreno di scontro principale tra filosofi, giuristi e colossi del tech.
Il paradosso della tolleranza
Per argomentare questo tema, dobbiamo partire da Karl Popper. Il suo “paradosso della tolleranza” suggerisce che se estendiamo una tolleranza illimitata anche a coloro che sono intolleranti, i tolleranti verranno distrutti e la tolleranza con essi.
Il punto di vista dei “Libertari”: sostengono che l’ unico rimedio al cattivo discorso sia “più discorso”. Censurare l’ odio non lo elimina, lo sposta nel sottobosco, rendendolo più radicale.
Il punto di vista dei “Regolatori”: sostengono che le parole d’ odio precedano sempre gli atti di violenza. Proteggere le minoranze vulnerabili è una precondizione necessaria perché anche loro possano godere della libertà di espressione.
Quando la parola smette di essere “libera”?
Tracciare una linea netta è complesso, ma i criteri giuridici internazionali (come il Test di Rabat) identificano solitamente tre pilastri per definire l’ odio illegale:
L’ intento: c’è la volontà deliberata di incitare alla discriminazione o alla violenza?
Il contesto: il parlante ha un’influenza tale da rendere il suo messaggio pericoloso?
La probabilità: esiste un rischio reale e imminente che quelle parole si trasformino in azioni dannose?
*Ricordiamo cos’è il Test di Rabat
Il Test di Rabat è uno “strumento pratico e utile” nella lotta contro l’ hate speech e la violenza razzista tradotto in 32 lingue.
La scheda costituisce una sorta di “test di soglia” per valutare se una particolare dichiarazione raggiunga il livello di istigazione alla discriminazione, all’odio o alla violenza. Il test di soglia fa parte del Piano d’azione di Rabat contro l’ incitamento all’ odio, adottato nel 2012 che fornisce diverse raccomandazioni a Stati, media, aziende, società civile su come affrontare al meglio eventuali tensioni che potrebbero insorgere tra la libertà di espressione e il divieto di incitamento alla violenza.
Il test quadro di Rabat stabilisce sei parametri per verificare se una dichiarazione possa costituire un reato. Caso per caso, il test esamina il contesto, l’oratore, l’intento, il contenuto, l’estensione del discorso e la probabilità di danno.
Pubblicato per la prima volta dall’ Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite nel 2018, è ora disponibile non solo nelle sei lingue ufficiali delle Nazioni Unite (arabo, cinese, inglese, francese, russo e spagnolo) ma anche in traduzioni come amarico, birmano, Hindi, ungherese, singalese, swahili, tamil e urdu.
“Le norme sui diritti umani non sono rivolte solo agli avvocati, ma devono trovare la loro strada nel mondo reale”, ha affermato Ibrahim Salama, capo della sezione dei trattati sui diritti umani delle Nazioni Unite per i diritti umani.
“Il test di soglia estratto dal Piano d’ azione di Rabat parla a tutti, attraverso le piattaforme online sulle quali le persone in tutto il mondo interagiscono quotidianamente in diverse lingue.”
È uno strumento che può essere anche utilizzato anche da qualsiasi società di social media, come framework per esaminare quando un il post o l’ immagine merita una limitazione.
Qui la scheda in italiano ——->>>>
— Fonte: Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite
Il ruolo dei social media: algoritmi vs Etica
Oggi il dibattito non avviene più solo nelle piazze, ma su piattaforme private che agiscono come spazi pubblici.
Qui il limite si sposta:
la moderazione (ossia la possibilità di limitare la pubblicazione dei messaggi) è spesso delegata a intelligenze artificiali che faticano a distinguere il sarcasmo o l’ ironia dall’ offesa.
La “Cancel culture”: il rischio che il timore di essere etichettati come portatori di odio porti a un’ autocensura preventiva, impoverendo il dibattito democratico.
La mia riflessione per il dibattito
Tracciare il limite non significa mettere un bavaglio, ma riconoscere che la libertà di uno finisce dove inizia la deumanizzazione dell’ altro. Una società che non sa distinguere tra una critica feroce a un’ idea e l’ attacco mirato all’ esistenza di una persona è una società che sta perdendo la bussola della propria libertà.
E voi preferite un web senza filtri, dove ogni parola è permessa a rischio di derive violente, o un sistema regolato che però rischia di diventare censura?
