..un mercato di droga fiorente parallelo all’ interno delle carceri..potrebbe esistere una qualche risoluzione?

Interrompere il circolo vizioso della droga e dello spaccio all’ interno delle carceri è una delle sfide più complesse e urgenti dei sistemi penitenziari moderni. Il carcere, che dovrebbe essere un luogo di riabilitazione, spesso si trasforma in un mercato nero amplificato dal sovraffollamento e dalla vulnerabilità dei detenuti.

Per spezzare questo meccanismo non basta un solo tipo di intervento, ma serve un approccio integrato che agisca su tre fronti: sicurezza-controllo, salute-riabilitazione e struttura-trattamento.

  1. Sicurezza e Contrasto all’ ingresso della droga
    I canali di ingresso della droga in carcere sono molteplici (colloqui con i familiari, pacchi postali, permessi premio, scavalchi delle mura di cinta, droni e, purtroppo, talvolta la corruzione).

Tecnologia avanzata per i controlli: implementare l’ uso di scanner corporei (simili a quelli degli aeroporti) per i visitatori e il personale, e potenziare l’ uso di unità cinofile specializzate in modo sistematico e non sporadico.

Schermatura dei penitenziari: utilizzare sistemi di disturbo delle frequenze (jammer) per neutralizzare i telefoni cellulari clandestini, che sono lo strumento principale con cui i detenuti gestiscono lo spaccio e i pagamenti (spesso tramite ricariche postepay o criptovalute gestite all’ esterno).

Contrasto all’uso dei droni: aggiornare le difese perimetrali con sistemi anti-drone, una tecnica di introduzione della droga sempre più diffusa.

  1. Trattamento Sanitario e riduzione della domanda
    Finché ci sarà una forte domanda di stupefacenti all’ interno, il mercato troverà sempre un modo per soddisfarla. Bisogna curare la dipendenza, non solo punirla.

Potenziamento dei SerD interni: rafforzare la presenza di medici, psicologi e assistenti sociali all’ interno degli istituti per offrire percorsi di disintossicazione reali e terapie sostitutive adeguate.

Sezioni “Drug-Free”: creare reparti separati e a custodia attenuata per i detenuti che scelgono volontariamente di disintossicarsi, proteggendoli dalle pressioni e dalle tentazioni della popolazione carceraria generale.

Alternativa al carcere per i tossicodipendenti: incentivare l’ invio dei detenuti con gravi dipendenze (che hanno commesso reati minori o legati al consumo) direttamente nelle comunità di recupero esterne.

La prigione, di per sé, non cura la dipendenza.

  1. Riforma strutturale e qualità della vita
    La noia, l’ isolamento, l’ ansia e la mancanza di prospettive future sono i principali motori che spingono un detenuto a fare uso di droga.

Lavoro e formazione: un detenuto occupato in attività lavorative retribuite o in corsi di formazione professionale per 8 ore al giorno ha meno tempo per scegliere di drogarsi, accumula meno stress e investe sul proprio futuro, allontanandosi dalle dinamiche dello spaccio.

Combattere il sovraffollamento: il sovraffollamento riduce la capacità di vigilanza della Polizia Penitenziaria e aumenta la tensione tra i detenuti, creando l’ ambiente ideale per lo sviluppo di logiche criminali e di sopraffazione.

Supporto psicologico e legami familiari: facilitare i contatti legali e protetti con le famiglie (ad esempio tramite videochiamate monitorate) per ridurre il senso di abbandono che spesso porta alla tossicodipendenza.

In sintesi, la repressione da sola non basta, così come non basta il solo assistenzialismo.

Per bloccare lo spaccio in carcere occorre unire la tolleranza zero contro l’ illegalità e la corruzione a un forte investimento sulla salute mentale e sul reinserimento sociale del detenuto.

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