Che cos’è una lingua? Viaggio nel codice che modella il mondo

Che cos’è una lingua? Viaggio nel codice che modella il mondo.

Una lingua è un concetto tanto ovvio quanto complicato da definire.

E’ ovvio perchè quello di usare la funzione della lingua e di comprenderla è una facoltà che dopo una certa età si attua senza alcuno sforzo (almeno apparentemente) ma spontaneamente. Diventa una capacità quella di comprendere e di farsi comprendere “normale” quasi come può essere l’ azione del mangiare. Fin subito dopo la nascita siamo immersi in “nuvole” di atti linguistici (genitori, parenti), Crescendo comprendiamo che siamo immersi in un “universo” di atti linguistici : la scuola, la radio ,la tv, i libri, i giornali ed evolviamo le nostre capacità di conoscitori delle “lingue” sviluppando l’ abilità di capire chi ci parla, di farci capire sviluppando sempre più atti linguisticici peculiari a seconda dei nostri bisogni: scherzare, riferire, ricordare,immaginare, pregare, minacciare…

La lingua non è un semplice elenco di parole, ma un sistema organizzato. Immaginala come un gioco da tavolo: ci sono le pedine (le parole) e le regole (la grammatica). Senza le regole, le parole sarebbero suoni isolati; senza le parole, le regole sarebbero scatole vuote.
Una lingua esiste solo quando un gruppo di persone accetta di usare lo stesso codice per dare un senso al silenzio.

La lingua è un sistema di segni.
Molti pensano alla lingua come a una semplice “cassetta degli attrezzi” da cui pescare parole per etichettare la realtà. Una lingua è qualcosa di molto più sofisticato: è un sistema relazionale dove nulla ha senso da solo, ma tutto acquista valore in rapporto agli altri elementi.

Per capire meglio questo concetto, possiamo scomporlo in tre livelli:

Il binomio “Segnalante/Significato”: ogni parola è un “segno”. C’è una parte fisica (il suono che emettiamo o le lettere che scriviamo) e un concetto mentale che quel suono richiama. Una lingua è l’ architettura che tiene insieme miliardi di questi legami in modo coerente.

La grammatica è come un “Sistema Operativo”.
Se le parole sono i mattoncini, la lingua è il manuale d’ istruzioni. Senza una struttura (la sintassi), dire “Cane morde uomo” o “Uomo morde cane” userebbe le stesse parole, ma descriverebbe mondi opposti. La lingua è ciò che organizza il caos dei pensieri in una struttura logica comprensibile agli altri.

In una lingua, un termine esiste perché “non è” un altro. Il concetto di “caldo” esiste solo perché il sistema prevede anche il concetto di “freddo”. La lingua non è una lista di nomi, ma una rete di distinzioni che ci permette di ritagliare porzioni di senso dal flusso indistinto dell’ esperienza.

La lingua non è un semplice specchio della realtà, ma un’ intelaiatura complessa. È il “codice sorgente” che ci permette di trasformare un impulso elettrico del cervello in un’ immagine condivisa nella mente di chi ci ascolta.

Il linguaggio non è un semplice elenco di etichette incollate sulle cose. La sua funzione principale è la “simbolizzazione”. Come spiegava il linguista Ferdinand de Saussure, il legame tra la parola “mare” e la distesa d’ acqua salata è arbitrario. Questa capacità di astrazione ci permette di parlare di cose che non sono presenti, del passato, del futuro o di concetti astratti come l’ amore e la giustizia.

Perché chiamiamo “mare” quella distesa azzurra? Non c’è nulla nel suono della parola m-a-r-e che sia bagnato, salato o profondo. Se ci pensi, è quasi assurdo: usiamo suoni scelti a caso per indicare cose reali. Questo fenomeno è quello che i linguisti chiamano arbitrarietà del segno.

Una lingua sopravvive grazie a un patto collettivo implicito. Abbiamo concordato che un certo suono corrisponde a un certo oggetto. Se domani decidessi di chiamare il cane “zog”, nessuno mi capirebbe. La lingua è l’ esercizio di democrazia più antico del mondo: funziona solo se siamo tutti d’ accordo sulle regole del gioco.

Proprio perché il legame tra nome e cosa non è naturale (come lo è invece il fumo per il fuoco), l’ essere umano ha potuto creare migliaia di lingue diverse. Questa “distanza” tra la parola e l’ oggetto è lo spazio dove nasce la poesia, l’ ironia e la metafora. Se la parola “rosa” fosse incollata indissolubilmente al fiore, non potremmo mai usarla per descrivere il colore di un tramonto o la guancia di un bambino.

Essendo un accordo tra persone, il patto può essere rinegoziato. Quando una parola cambia significato nel tempo o quando ne inventiamo di nuove (pensa ai neologismi digitali), stiamo aggiornando i termini del nostro contratto sociale per riflettere nuovi bisogni e nuove realtà.

Se il linguaggio non fosse arbitrario, ma “naturale”, in tutto il mondo useremmo lo stesso suono per indicare l’ acqua o la madre. Invece, la varietà delle lingue è la prova della nostra straordinaria libertà immaginativa.

Uno degli errori più comuni è pensare alla lingua come a un reperto da museo, una teca di cristallo dove tutto è immobile, intoccabile e immutabile. In realtà, la lingua somiglia molto di più a una foresta : è in costante fermento, cresce, si adatta e scarta ciò che non serve più.

La lingua non è statica. È un organismo biologico e culturale che nasce, cresce, si trasforma e, a volte, muore. Si nutre dei cambiamenti della società: pensa a come i termini tecnologici o i gerghi giovanili entrano nel dizionario ogni anno. Se una lingua smette di cambiare, smette di servire a chi la usa.

Possiamo osservare questa sua natura “biologica” attraverso tre processi.

L’ adattamento all’ ambiente: proprio come una specie animale muta per sopravvivere in un nuovo habitat, la lingua muta per sopravvivere ai cambiamenti sociali. Se inventiamo una nuova tecnologia o proviamo un’ emozione mai codificata prima, la lingua “genera” nuove cellule (neologismi) per permetterci di parlarne. Senza questa plasticità, la lingua diventerebbe una lingua morta, incapace di descrivere il presente.

La selezione naturale delle parole: alcuni termini invecchiano e cadono in disuso (gli arcaismi), lasciando spazio a forme più agili e funzionali. Non è “pigrizia” dei parlanti, ma economia linguistica: la lingua cerca sempre la via più efficace per arrivare al destinatario. Se una parola smette di essere usata, “muore” per mancanza di ossigeno sociale.

Le lingue non vivono in isolamento; si incontrano, si scontrano e si “contaminano”. I prestiti linguistici (come computer, parquet o basket) sono come innesti in botanica: arricchiscono il tronco principale, portando linfa nuova e sfumature che prima non esistevano.

Spesso ci lamentiamo dei cambiamenti della lingua, vedendoli come un declino. Ma una lingua che cambia è una lingua sana. La fissità appartiene solo ai codici dimenticati; finché facciamo errori, creiamo slang o mescoliamo termini, stiamo dimostrando che la nostra lingua è viva e sta respirando con noi.

Molti sono convinti che il pensiero nasca libero nella mente e che la lingua sia solo un “vestito” che gli mettiamo per farlo uscire fuori. In realtà, la relazione è molto più stretta: la lingua è l’ architettura stessa del nostro pensiero. Non ci limitiamo a parlare una lingua; noi vediamo il mondo attraverso di essa.

La lingua che parliamo è come un paio di occhiali colorati: condiziona la nostra visione del mondo. Alcune popolazioni non hanno parole per il “futuro” e vivono il tempo in modo diverso da noi; altre hanno decine di termini per descrivere la neve. Non parliamo solo una lingua, abitiamo una lingua. Essa stabilisce i confini di ciò che possiamo pensare e comunicare agli altri.

Come scriveva il filosofo Ludwig Wittgenstein: “I confini della mia lingua sono i confini del mio mondo”. Se la nostra lingua non possiede una parola per un determinato concetto, quel concetto sarà molto più difficile da isolare, comprendere e condividere. La lingua agisce come un setaccio: trattiene alcune sfumature della realtà e ne lascia scivolare via altre.

La lingua è affine all’ emozione.

Hai mai provato una sensazione complessa e trovato sollievo scoprendo che in un’altra lingua esiste una parola esatta per descriverla? (Pensa alla Saudade portoghese o alla Schadenfreude tedesca). Dare un nome a un’ emozione significa renderla reale, legittimarla e poterla finalmente gestire. Senza la parola, l’ emozione rimane un rumore di fondo indistinto.

Leggere libri di culture diverse o imparare una nuova lingua non è solo un esercizio di stile, ma un modo per “allargare” la propria realtà. Ogni nuova parola che impariamo è una nuova finestra che apriamo sulla nostra percezione del mondo.

Concludendo, inoltre, una lingua è lo scrigno della storia di un popolo. Dentro ogni idioma sono custoditi i proverbi, le tradizioni, le sofferenze e le vittorie di chi ci ha preceduto. Imparare o studiare una lingua non significa solo imparare nuovi suoni, ma accedere a una memoria collettiva diversa dalla nostra. È l’ atto di ospitalità più grande che si possa compiere.

Se la lingua fosse solo uno strumento per scambiare informazioni, basterebbe un codice binario o una serie di segnali universali. Invece, ogni lingua è intrisa di storia, emozioni e appartenenza. È il filo invisibile che ci lega al passato e definisce chi siamo nel presente.

Dentro una lingua sono stratificati i secoli. Quando usiamo un’ espressione idiomatica o un proverbio, stiamo inconsapevolmente citando la saggezza (o i pregiudizi) dei nostri antenati. La lingua è un archivio vivente che conserva le tracce di invasioni, scambi commerciali, scoperte scientifiche e rivoluzioni culturali.

La lingua che parliamo fluentemente non è un caso che si chiami “lingua madre”. È il primo codice attraverso cui abbiamo ricevuto amore e scoperto il mondo. Le parole apprese nell’ infanzia hanno una risonanza emotiva che nessuna lingua studiata da adulti potrà mai eguagliare. È la lingua in cui sogniamo, in cui imprecano i nostri sentimenti più viscerali e in cui cerchiamo conforto.

Difendere una lingua, specialmente se minoritaria o dialettale, significa difendere un modo unico di stare al mondo. Quando una lingua muore, non spariscono solo parole, ma un intero sistema di valori, leggende e prospettive che non troveranno mai un traduttore esatto.

La lingua possiamo considerarla la nostra casa. Abitarla con consapevolezza, curarne la forma e rispettarne le radici significa prendersi cura della propria identità. Non siamo solo ciò che mangiamo o ciò che facciamo; siamo, soprattutto, le parole che scegliamo di usare.

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