L’ importanza del sindaco nell’ Italia di oggi: caso empirico: Clemente Mastella

L’ importanza del sindaco nell’ Italia di oggi: caso empirico.

Nello sfilacciato panorama politico dell’ Italia contemporanea, dove i partiti storici si sono dissolti e i leader nazionali nascono e muoiono nello spazio di una stagione social, la figura del Sindaco ha assunto una centralità senza precedenti. Oggi il Primo Cittadino non è più solo un amministratore locale: è l’ultimo vero argine del consenso, l’unico politico rimasto a contatto fisico con il territorio. In un sistema privato di ideologie, il Comune è diventato un feudo e il Sindaco un monarca di prossimità.

Per capire davvero questa mutazione, esiste un caso di studio perfetto, quasi antropologico: la parabola di Clemente Mastella, attuale sindaco di Benevento ed eterno sopravvissuto della politica italiana.

Dal discepolato di Aldo Moro alla fine della DC: la scuola del potere.
Per capire la radice della longevità politica di Clemente Mastella, è necessario fare un salto indietro nel tempo, nella Campania degli anni Settanta. Laureato in filosofia e assunto in RAI come giornalista presso la sede di Napoli, il giovane Mastella non è un politico d’ impatto ideologico, ma un formidabile osservatore antropologico del potere. Il suo ingresso nella Democrazia Cristiana avviene attraverso una porta precisa: quella della Sinistra di Base (comunemente chiamata “la Base”), una corrente fortemente radicata nel Mezzogiorno che univa un’ attenzione quasi sociale per il territorio a una spregiudicata e scientifica gestione del tesseramento e delle preferenze.

In questo contesto si inserisce il rapporto con Aldo Moro, allora presidente del Consiglio nazionale della DC e figura di riferimento morale e intellettuale del partito. Mastella ha sempre ostentato e rivendicato questo legame giovanile, elevandolo a una sorta di investitura dinastica. Nel racconto mastelliano, Moro è il maestro da evocare nei momenti di crisi, lo scudo di legittimità ideale da mostrare agli avversari per dimostrare di non essere un semplice “portatore di voti” di provincia, ma il figlio di una nobile tradizione politica.

Tuttavia, tra il maestro e l’ allievo la distanza formale era siderale:

Aldo Moro incarnava una politica drammatica, dolorosa, fatta di discorsi d’ alta strategia intellettuale (le celebri “convergenze parallele”), di una severità quasi mistica e del tentativo di guidare il Paese verso il compromesso storico con il Partito Comunista.

Clemente Mastella ha tradotto quella lezione in una chiave pop, pragmatica e provinciale.

Ciò che Mastella ha realmente assimilato da Moro non è stata la visione geopolitica o la tensione morale, ma l’ arte della mediazione assoluta. Nella scuola morotea, Mastella impara che la politica è un processo fluido dove i confini non sono mai netti. Apprende la regola aurea della Prima Repubblica: non si distrugge mai l’ avversario, perché il sistema proporzionale e l’ instabilità dei governi faranno sì che il nemico di oggi diventi il partner di coalizione di domani. La politica diventa così l’ arte di smussare gli angoli, di trovare l’accordo sottobanco, di non rompere mai definitivamente i ponti.

Quando nel 1992 la scure di Tangentopoli e delle inchieste di “Mani Pulite” si abbatte sulla Democrazia Cristiana, i giganti del partito (da Andreotti a Forlani, fino ai leader della sinistra democristiana) crollano sotto il peso delle accuse o dell’ anacronismo storico. La Balena Bianca si dissolve. È in questo preciso momento che si compie il capolavoro d’ istinto di Mastella: mentre i suoi superiori affondano con la nave, lui intuisce che la fine della struttura-partito non coincide con la fine del metodo democristiano.

Sfruttando la frammentazione del sistema, Mastella raccoglie i cocci della DC nel Sannio, blinda il suo pacchetto di voti locale e si prepara a esportare l’ arte della mediazione democristiana nella neonata e caotica Seconda Repubblica.

La capacità di posizionamento politico, la teoria dell’ ago della bilancia e alla nascita del fenomeno noto come “mastellismo”.

L’ arte di “barcollare”: il trasformismo come scienza e l’ ago della bilancia.
Se la Prima Repubblica era il regno dei grandi partiti-chiesa, la Seconda Repubblica si apre nel segno del bipolarismo forzato: da una parte il centrodestra di Silvio Berlusconi, dall’ altra il centrosinistra (i progressisti, poi l’ Ulivo di Romano Prodi). In questo scontro frontale e apparentemente inconciliabile, Clemente Mastella intuisce lo spazio per una nuova, redditizia forma di business politico. Capisce che, in un sistema elettorale dove i due blocchi principali si equivalgono, il potere reale non risiede nei grandi numeri, ma nel margine.

È la nascita della teoria dell’ ago della bilancia, portata da Mastella a livelli di sofisticazione quasi scientifica.

Mentre i leader nazionali si logorano in una perenne guerra ideologica, Mastella si muove al centro, fondando in rapida successione una serie di sigle politiche (CCD, CDU, UDEUR, fino al più recente Noi di Centro). Sono formazioni “tascabili”, partiti-personali privi di una vera struttura nazionale, ma radicati in modo granitico nel Mezzogiorno e, in particolare, nel feudo elettorale del Sannio.

Il meccanismo è chirurgico: a Mastella non serve conquistare l’ Italia; gli basta controllare quel 2-3% di voti concentrati geograficamente, capaci di spostare i collegi unominali del Sud e di garantire un pugno di senatori e deputati. In un Parlamento frammentato, quei pochi seggi diventano l’ oro del re. Senza quei voti, nessun governo può nascere; con il ritiro di quei voti, qualsiasi governo può cadere.

Da qui deriva la sua celebre filosofia del “barcollamento terapeutico”. Mastella non si piega alle ideologie: le attraversa. La sua traiettoria ministeriale descrive una parabola unica nella storia della Repubblica:

Nel 1994 si schiera con il centrodestra ed è Ministro del Lavoro nel primo governo di Silvio Berlusconi.

Nel 2006, dopo aver cambiato sponda, diventa Ministro della Giustizia nel secondo governo di centrosinistra guidato da Romano Prodi.

Questo continuo oscillare da destra a sinistra non viene vissuto da Mastella come una vergogna o una mancanza di coerenza, bensì rivendicato come la massima espressione del pragmatismo centrista. Per i suoi critici, questo atteggiamento rappresenta la quintessenza del trasformismo e del cinismo politico, una svalutazione del voto dei cittadini ridotto a merce di scambio per poltrone e potere gestionale. Per Mastella e i suoi sostenitori, invece, è la difesa degli interessi del territorio, l’ unico modo per dare voce al Sannio e al Meridione rimasti orfani della protezione dello Stato centrale.

La politica, nel “mastellismo”, si spoglia di ogni afflato ideale per farsi pura gestione del presente. È una strategia di sopravvivenza flessibile: cedere su tutto ciò che è astratto (i programmi, le alleanze di lungo periodo) per rimanere fermi su ciò che è concreto (la presenza nei luoghi in cui si decide la spesa pubblica, le nomine e i destini delle coalizioni). Un’ arte del posizionamento che gli ha permesso di sopravvivere alla fine di ogni leader che ha provato a usarlo o a contenerlo.

Ma è credente?

Per molti esponenti della Democrazia Cristiana, la fede è stata una bussola interiore; per Clemente Mastella, il cattolicesimo è prima di tutto un linguaggio pubblico, un codice identitario formidabile per connettersi con l’ elettorato del Mezzogiorno profondo.

Quando ci si chiede a quale Chiesa guardi Mastella, la risposta non va cercata nelle encicliche sociali o nelle spinte riformatrici. La sua è la Chiesa istituzionale, gerarchica e concordataria della Prima Repubblica. È una struttura di relazioni radicata sul territorio, fatta di rispetto formale per l’ alto clero, di fitti colloqui con vescovi e cardinali e di una costante presenza fisica ai riti collettivi della comunità.

I detrattori parlano spesso di “falso cattolicesimo” o di uso strumentale della religione. Tuttavia, nella visione mastelliana, la partecipazione alla processione del paese o l’ ostentazione del rosario non sono semplici messinscene, ma la riaffermazione di un patto sociale: il politico si fa garante dei valori tradizionali della sua gente, e in cambio la comunità gli riconosce la guida del territorio. La fede diventa così uno scudo culturale che protegge il sistema di potere da critiche puramente ideologiche o laiche.

Questa dimensione comunitaria si sposa perfettamente con una vena di egocentrismo teatrale e squisitamente pop. Per anni, il centro di gravità della politica centrista italiana non è stato Roma, ma Ceppaloni, il borgo natale di Mastella. Le feste estive dell’UDEUR a Ceppaloni sono entrate nella mitologia della Seconda Repubblica: mega-banchetti all’ aperto, fiumi di vino campano, ministri della Repubblica e leader di schieramenti opposti che ballavano e mangiavano insieme a migliaia di militanti e cittadini comuni, sotto l’ occhio attento delle telecamere dei telegiornali nazionali.

In questo contesto si inserisce la sua celebre ed esagerata iperbole, pronunciata con quel misto di ironia e sfrontatezza che lo contraddistingue: “In Europa sono famoso quasi quanto Padre Pio”.

Dietro una sparata apparentemente megalomane si nascondeva la precisa consapevolezza di aver costruito un legame di “devozione politica” con il proprio elettorato.

La popolarità per Mastella non si misura sui trattati di alta economia, ma sulla riconoscibilità totale, sulla stretta di mano e sul contatto fisico. Il consenso viene alimentato da una costante attività di intermediazione: la capacità di convogliare risorse pubbliche, sbloccare finanziamenti per il territorio e rispondere direttamente ai bisogni dei singoli. I “soldi” e i fondi pubblici, in questa antropologia politica, non sono accumulazione personale, ma il carburante necessario per far girare la macchina del consenso e mantenere intatto il feudo.

Le tempeste giudiziarie e le ombre del territorio: il prezzo del potere.
La gestione di un consenso così radicato, basato sulla capillare presenza sul territorio e sul controllo delle risorse pubbliche, ha esposto inevitabilmente Clemente Mastella e la sua macchina politica a durissimi scontri con la magistratura. La sua parabola a livello nazionale si è interrotta proprio a causa di un corto circuito giudiziario, lasciando un segno indelebile nella storia istituzionale italiana.

Il 2008: il crollo del Governo Prodi e la “Giustizia ad orologeria”
Il momento di massima rottura avviene nel gennaio del 2008. Mastella ricopre la delicatissima carica di Ministro della Giustizia (Guardasigilli) nel secondo governo guidato da Romano Prodi, sostenuto da una coalizione di centrosinistra fragilissima alla Camera e al Senato. La Procura di Santa Maria Capua Vetere fa scattare un terremoto: un’ ordinanza di custodia cautelare colpisce la moglie di Mastella, Sandra Lonardo (all’ epoca Presidente del Consiglio Regionale della Campania), insieme ad altri esponenti di spicco dell’ UDEUR.

Le accuse ipotizzate sono pesantissime: tentata concussione e presunti illeciti nella gestione e nelle nomine all’ interno della sanità campana. La tesi degli inquirenti descrive un “sistema UDEUR” famelico, volto a occupare ogni poltrona disponibile per alimentare la propria clientela elettorale.

La reazione di Mastella è immediata e teatrale: si dimette da Ministro in polemica aperta con la magistratura, denunciando un complotto dei giudici contro di lui. Pochi giorni dopo, ritira l’ appoggio del suo partito alla maggioranza. Senza i senatori mastelliani, il governo Prodi cade, aprendo la strada al ritorno di Silvio Berlusconi.

Quel processo si trascinerà per quasi un decennio. Nel 2017, la Corte d’ Appello di Napoli scriverà la parola fine sulla vicenda principale: un’ assoluzione piena per Mastella e per la moglie perché “il fatto non sussiste”. Per il leader sannita si tratterà del trionfo politico tardivo, la prova definitiva di quella che ha sempre definito “giustizia ad orologeria”, una ferita che però lo aveva già estromesso dai grandi giochi romani.

Le ombre della criminalità organizzata e il voto di scambio.
Se la vicenda sanità si è risolta in un nulla di fatto giudiziario, la vera spina nel fianco della storia politica del “mastellismo” è rappresentata dalle ripetute inchieste che hanno lambito le sue liste e i suoi uomini sul territorio in relazione alla criminalità organizzata.

In Campania, e in particolare nelle province di Caserta e Benevento, il controllo del voto è un terreno minato. Nel corso degli anni, diverse indagini sulle infiltrazioni del clan dei Casalesi e delle consorterie criminali del beneventano hanno toccato esponenti locali dell’ UDEUR o delle liste collegate a Mastella. Le accuse, sollevate in più occasioni da magistrati e collaboratori di giustizia, parlavano di un patto scellerato: voti in cambio di appalti, favori e posti di lavoro.

Mastella è sempre uscito totalmente indenne da queste indagini, rivendicando con forza la propria estraneità e l’ assenza di qualsiasi condanna per reati di mafia a suo carico.

Nel corso della sua lunghissima carriera, l’enorme potere di Clemente Mastella e della sua macchina elettorale nel Mezzogiorno è stato più volte messo sotto la lente d’ingrandimento della magistratura per presunti legami con la criminalità organizzata. In territori complessi come la Campania, dove i clan hanno storicamente cercato di condizionare la vita pubblica, il controllo di un bacino di voti così concentrato ha esposto il leader sannita e i suoi uomini a pesanti teoremi accusatori.

Il filone più insidioso è quello legato al voto di scambio e alle infiltrazioni della camorra nelle liste dei suoi partiti (in particolare l’UDEUR). Nel corso degli anni, diverse inchieste della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) sulle attività del clan dei Casalesi nel casertano e dei clan egemoni nel beneventano hanno lambito l’entourage di Mastella. Le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia descrivevano un presunto sistema di vasi comunicanti, in cui pezzi della politica locale avrebbero cercato l’appoggio dei clan per blindare le elezioni, offrendo in cambio favori gestionali, posti nella sanità e l’aggiudicazione di appalti pubblici.

Di fronte a queste ombre, la linea di Mastella è sempre stata una trincea d’ acciaio:

in sede giudiziaria, Mastella è sempre uscito totalmente indenne da queste indagini, senza mai subire condanne definitive per reati di mafia o concorso esterno, rivendicando con forza la propria totale estraneità e l’ onestà della sua condotta.

In sede politica, ha sempre rigettato le accuse definendole “fango mediatico e giudiziario” orchestrato per distruggere il centro moderato e cattolico nel Sud.

Tuttavia, al di là delle sentenze di assoluzione che ne garantiscono l’ innocenza legale, il caso solleva una questione sociologica cruciale sulla politica italiana contemporanea.

In contesti ad alta densità mafiosa e depressi dal punto di vista economico, il modello politico basato sul clientelismo esasperato e sulla redistribuzione capillare delle risorse rischia di muoversi in una pericolosa zona grigia. Per i critici, quel sistema di potere ha sofferto di una cronica mancanza di anticorpi, finendo per tollerare zone di contiguità pur di alimentare la macchina del consenso; per i sostenitori, l’ UDEUR prima e le liste civiche poi sono state l’ unico argine democratico in grado di dare risposte concrete ai cittadini, sottraendoli al ricatto della criminalità attraverso la presenza dello Stato locale.

Tuttavia, da un punto di vista storico e giornalistico, il “caso Mastella” solleva la questione di un modello politico che si muove in zone grigie. In territori economicamente depressi e ad alta densità criminale, il confine tra la legittima richiesta di aiuto del cittadino, il clientelismo esasperato e la pressione mafiosa che orienta il consenso diventa drammaticamente sottile. Per i suoi critici, quel sistema ha tollerato aree di contiguità pur di vincere le elezioni; per Mastella, si è trattato solo di fango mediatico mirato a distruggere l’ unico vero baluardo democratico rimasto nel Sannio.

Quando lo spazio nei ministeri romani si è esaurito e la Seconda Repubblica ha ceduto il passo a nuove ondate populiste, Clemente Mastella ha applicato la regola aurea della sopravvivenza democristiana: tornare alla terra. Nel 2016 ha capito, prima di molti altri colleghi di lungo corso, che il baricentro del potere reale in Italia si era spostato. Si è candidato a Sindaco di Benevento, ha vinto, e nel 2021 ha concesso il bis, blindando la città sotto il suo controllo.

Questa non è stata una ritirata o un declassamento, ma una precisa mossa strategica. Nell’ Italia odierna, il ruolo del sindaco è profondamente cambiato, trasformandosi nell’ istituzione politica più forte, riconoscibile e influente rimasta sul territorio. I motivi di questo fenomeno sono principalmente tre:

il vuoto dei partiti nazionali: con la fine delle grandi sezioni di partito e la nascita di movimenti “liquidi” o digitali, il cittadino ha perso ogni punto di riferimento politico tradizionale. Il Sindaco rimane l’ unico volto associabile al potere a cui poter chiedere conto direttamente.

La legge elettorale dei sindaci: l’ elezione diretta (introdotta nel 1993) conferisce al “Primo Cittadino”una legittimità democratica enorme. A differenza dei parlamentari nazionali, spesso paracadutati dall’ alto tramite liste bloccate e sconosciuti agli elettori, il sindaco deve metterci la faccia e raccogliere i voti uno a uno.

Il potere di firma e gestione: il sindaco gestisce i fondi europei, il PNRR, i piani urbanistici, le municipalizzate e l’ ordinaria amministrazione. In territori economicamente fragili, questo si traduce in un enorme potere di influenza sociale e di redistribuzione delle risorse.

Da Palazzo Mosti, sede del comune beneventano, Mastella ha edificato la sua versione del “sindaco-monarca”. Ha fuso la vecchia gestione clientelare della DC con l’ uso spregiudicato dei social network della Terza Repubblica. Se c’è un problema con i rifiuti, una buca in strada o un evento culturale da promuovere, Mastella interviene in prima persona, spesso con video diretti ai cittadini, trasformando la normale gestione della cosa pubblica in un atto di protezione paterna verso la “sua” comunità.

A Benevento, Mastella non è solo il capo dell’ amministrazione: è il brand della città, il difensore del territorio contro i “poteri romani” o napoletani. Il feudo sannita è diventato così una trincea inespugnabile. Dimostrando che, mentre i leader nazionali passano e i partiti cambiano nome ogni sei mesi, il professionista del consenso locale che controlla il territorio e sa rispondere ai bisogni materiali della sua gente è destinato a non tramontare mai.

Il viaggio attraverso la parabola di Clemente Mastella, dalle sue origini all’ ombra di Aldo Moro fino alla trincea comunale di Benevento, non è semplicemente la cronaca colorita di un singolo leader carismatico del Sud. È, al contrario, lo specchio fedele di una mutazione genetica più ampia che ha ridefinito l’ intera democrazia italiana nell’era post-ideologica.

Il “caso Mastella” smette di essere un’ anomalia folkloristica e si rivela per ciò che è: il trionfo della politica di prossimità sulla politica dei grandi progetti.

Quando i partiti nazionali scelgono di smantellare le proprie radici sul territorio, trasformandosi in comitati elettorali fluidi che vivono solo nello spazio di un post sui social o di un’ ospitata televisiva, lasciano dietro di sé un vuoto pneumatico. Quel vuoto non rimane mai deserto; viene sistematicamente riempito da chi possiede le chiavi del consenso reale, materiale e locale. Il sindaco-monarca risponde esattamente a questo bisogno di rassicurazione: in un mondo globalizzato e incerto, il cittadino non cerca più la rivoluzione o la grande riforma di sistema, ma cerca il protettore, colui che ha il potere di firma sul destino immediato della propria strada, del proprio ospedale o del proprio bilancio familiare.

La figura di Mastella, sopravvissuta indenne a tempeste giudiziarie, cambi di regime e giravolte di coalizione, dimostra che il vecchio metodo democristiano della mediazione non è mai morto; si è soltanto adattato ai tempi. La flessibilità ideologica, l’ ostentazione dei simboli culturali e religiosi della propria terra, la capacità di trasformare l’ordinaria amministrazione in un costante “favore” elargito dall’alto, sono gli elementi costitutivi di un potere che non ha bisogno dell’ appoggio dei salotti intellettuali o delle segreterie romane per perpetuarsi.

Nell’ Italia dei campanili e dei frammenti, l’ importanza dei sindaci oggi risiede proprio in questo: nell’ essere rimasti l’ultimo baluardo di una politica che si fa ancora con le mani, con le strette di mano e con la conoscenza millimetrica del territorio. Clemente Mastella rimarrà nella storia patria come il grande interprete di questa scienza della sopravvivenza. I leader nazionali continueranno a salire e a cadere nel giro di una stagione elettorale, ma finché esisterà un pezzo di territorio da difendere e un pacchetto di voti da amministrare, il professionista del consenso locale rimarrà saldamente al suo posto, a dimostrazione che in Italia, per governare il futuro, bisogna prima di tutto possedere le chiavi del presente.

Per ascoltare direttamente la sua visione strategica sul futuro locale e la sua intenzione di continuare a fare politica sul territorio anche oltre la scadenza del mandato da sindaco, è interessante vedere questa intervista che riguarda Clemente Mastella, in cui De Magistris politico ed ex magistrato italiano, traccia il bilancio della sua politica e lancia le sue prossime mosse.

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