La “sinestesia” nell’ arte

La “sinestesia” nell’ arte.

Vi è mai capitato di ascoltare una canzone e “vedere” un’ esplosione di blu cobalto dietro le palpebre? O di guardare un quadro e percepire una nota acuta, quasi fastidiosa, o un suono caldo e avvolgente? Se la risposta è sì, avete sperimentato un briciolo di sinestesia.

Ma in cosa consiste?

Dal greco syn (insieme) e aisthanomai (percepire), la sinestesia è quel fenomeno neurologico per cui i sensi si sovrappongono: un suono evoca un colore, una forma evoca un sapore. Quando questo “corto circuito” mentale incontra la tela, nascono alcune delle opere più rivoluzionarie della storia. Benvenuti in questo viaggio alla scoperta dell’ “arte sinestetica”, dove la musica si dipinge e i colori suonano.

Per comprendere davvero questa forma d’ arte, dobbiamo prima demolire un mito: l’ idea che i nostri cinque sensi lavorino come compartimenti stagni, ognuno isolato nel proprio ufficio indipendente. Fin da bambini ci insegnano che gli occhi vedono, le orecchie ascoltano e la pelle tocca. Ma cosa succede se le pareti di questi uffici crollano all’ improvviso?

Nasce la sinestesia. Il termine non è solo una figura retorica letteraria, ma indica una reale e documentata condizione neurologica. (Venni a conoscenza di questa definizione durante il liceo dei tempi giurassici che ho frequentato).

Avviene un vero e proprio “cortocircuito” nel cervello.
Nel cervello della stragrande maggioranza delle persone, le aree dedicate alla vista e quelle dedicate all’ udito sono separate. Quando ascoltiamo una canzone, si attiva la corteccia uditiva; quando guardiamo un quadro, si accende quella visiva. Nel cervello di un individuo sinestetico, invece, queste aree sono collegate da una fitta rete di connessioni extra. È un vero e proprio “cross-talk”, un dialogo incrociato e simultaneo.

Quando un sinestetico ascolta una nota musicale, il segnale elettrico non si ferma all’ orecchio: viaggia fino alla corteccia visiva, accendendo letteralmente una luce, una forma o un colore nella sua mente. Non si tratta di “immaginare” un colore per associazione di idee (come quando pensiamo al rosso se qualcuno dice la parola “fuoco”). Per un sinestetico, quel colore esiste fisicamente nello spazio visivo, con la stessa intensità di un oggetto reale.

La sinestesia non è uguale per tutti: ci sono diverse forme. Esistono oltre sessanta varianti di questo fenomeno, ma quando parliamo di legame tra arte e musica, le più comuni sono due:

Sinestesia Suono-Colore (cromestesia): è la forma regina dell’ arte visiva. Ogni suono ha il suo spettro cromatico. Un bongo africano potrebbe apparire come una spessa nebbia marrone opaco, mentre il graffio di un violino potrebbe materializzarsi come una linea gialla e tagliente che fende l’ aria.

Sinestesia Grafema-Colore: molto comune tra gli scrittori e alcuni pittori, è la condizione per cui i numeri o le lettere dell’alfabeto hanno un colore fisso (ad esempio, la “A” è sempre verde brillante, il numero “25” è sempre rosso…)

Ma cosa avviene esattamente?
Portare la sinestesia sulla tela è un’ operazione di traduzione straordinariamente complessa. La musica ha una natura temporale: si sviluppa nel tempo, ha un inizio, un’ evoluzione e una fine; un secondo dopo l’ altro, le note svaniscono. La pittura, al contrario, ha una natura spaziale: tutto accade nello stesso momento, immobile sulla tela, catturato per sempre.

L’ artista sinestetico si trova quindi davanti a una sfida geometrica e filosofica: come posso bloccare il flusso del tempo in un unico istante visivo senza fargli perdere il ritmo? La risposta sta nell’ uso dinamico delle forme e dei colori, capaci di guidare l’ occhio dello spettatore in un percorso che imita, attraverso lo spazio, il movimento di una sinfonia.

Se la sinestesia nell’arte avesse un volto e un manifesto ufficiale, sarebbero senza dubbio quelli di Wassily Kandinsky. Il pittore russo non si è limitato a usare la musica come fonte di ispirazione per i suoi quadri: ha letteralmente rifondato la storia dell’ arte occidentale, inventando l’ astrattismo proprio per dare una “voce” visiva ai suoni.

C’è un momento esatto in cui la vita di Kandinsky cambia per sempre, una vera e propria epifania sinestetica. È il 1896, si trova al Teatro Bolšoj di Mosca e si sta eseguendo il Lohengrin di Richard Wagner. In mezzo alle note della sinfonia, Kandinsky ha, per cosi dire, un’ allucinazione visiva:

“Vidi nella mente tutti i miei colori, erano davanti ai miei occhi. Linee selvagge, quasi folli, si disegnavano davanti a me… Mi divenne chiaro che l’ arte possedeva una forza assai maggiore di quanto credessi, e che la pittura era capace di esprimere le stesse emozioni della musica.”

In quel preciso momento scoprì come il colore ha una forza spirituale e sonora.
Fino a quel momento, la pittura occidentale aveva sempre avuto il compito di rappresentare qualcosa: un paesaggio, un volto, una scena storica. Kandinsky intuisce che questo è un limite. La musica non ha bisogno di copiare i suoni della natura per emozionare; una sinfonia di Beethoven non descrive il rumore di una cascata, eppure ci commuove. Allora avrà pensato perché la pittura non può fare lo stesso?

Nel suo saggio fondamentale del 1912, “Lo spirituale nell’ arte”, Kandinsky paragona la tela a uno strumento musicale, coniando una delle sue frasi più celebri:

“Il colore è il tasto. L’ occhio è il martelletto. L’ anima è il pianoforte dalle molte corde.”

L’ artista, per lui, non è un artigiano che copia la realtà, ma un direttore d’orchestra che preme i tasti giusti (i colori) per far vibrare l’ anima di chi guarda.

Kandinsky non accostava i colori a caso. Aveva decodificato un linguaggio. Aveva studiato una precisa corrispondenza psicologica, emotiva e, soprattutto, sonora per ogni singola sfumatura. Nel suo sistema, ogni colore emetteva una frequenza uditiva ben definita:

il giallo (la tromba): per Kandinsky era un colore premente, sfacciato, che non può essere guardato a lungo. Ha un suono acuto, squillante, che ricorda il timbro di una tromba suonata a pieno volume. È l’equivalente visivo di una nota alta che fende l’ aria.

L’ azzurro (il flauto) e il blu (il violoncello): il blu è il colore spirituale per eccellenza, quello che si muove verso l’ interno. Se è chiaro e luminoso, suona come un flauto celestiale; se scende nelle tonalità più scure, assume la voce calda e profonda di un violoncello, fino a diventare un organo solenne quando tocca le sfumature della notte.

Il verde (i toni medi del violino): è il colore della calma assoluta, dell’ immobilità e dell’ equilibrio. . Musicalmente, corrisponde alle note calme, lunghe e centrali di un violino.

Il rosso (la tuba e il tamburo): un colore che ribolle dentro, pieno di energia vitale e trionfale. Non ha l’ acutezza fastidiosa del giallo, ma una potenza sotterranea, calda e imponente, che evoca i colpi secchi di un tamburo o il suono profondo di una tuba.

Attraverso questo codice, Kandinsky smette di essere un pittore nel senso tradizionale. Quando si siede davanti alla tela con la tavolozza in mano, sta componendo una vera e propria partitura per gli occhi.

Se i testi teorici di Kandinsky sono il libretto d’ opera, i suoi quadri intitolati “Composizioni” sono le sinfonie vere e proprie. Tra tutte, Composizione VIII (1923), oggi custodita a New York, rappresenta il vertice assoluto della sua ricerca sinestetica e la perfetta applicazione pratica del suo codice sonoro.

Dando un titolo squisitamente musicale a una tela, una pratica che condivideva con altri artisti del periodo, Kandinsky lancia un messaggio chiaro allo spettatore: quest’ opera non va solo guardata, va ascoltata.

In questa sua attività la geometria diventa ritmo.
A un primo sguardo superficiale, l’ opera appare come un insieme astratto e rigoroso di cerchi, triangoli, scacchiere e linee. In realtà, Kandinsky ha orchestrato ogni singolo elemento per tradurre la struttura di un brano musicale nello spazio statico della tela.

Le linee nere e affilate (il ritmo e il tempo): le linee rette, corte e spesse che tagliano la tela funzionano come note staccate o colpi di percussione. Al contrario, le linee lunghe, sottili e diagonali creano una sensazione di accelerazione o decelerazione, guidando l’ occhio da sinistra a destra e simulando lo scorrere del tempo musicale. Le linee curve e sinuose rappresentano invece melodie legate, fluttuanti e morbide.

I grandi cerchi (gli accordi risonanti): il cerchio è per Kandinsky la forma perfetta, un legame con il cosmico. In Composizione VIII, i cerchi colorati (in particolare quello nero circondato da un alone rosso in alto a sinistra) non sono elementi decorativi: sono grandi accordi tenuti a lungo, note gravi e profonde che continuano a risuonare sullo sfondo mentre le altre linee si muovono.

Le forme triangolari (le note acute): i triangoli, con le loro punte acuminate, rappresentano l’ energia che spinge verso l’ alto e l’ esterno. Musicalmente, equivalgono alle sferzate improvvise degli ottoni o a note singole, acutissime e penetranti.

Anche il colore dello sfondo è importante.
Un elemento spesso trascurato, ma fondamentale per l’ effetto sinestetico di Composizione VIII, è, appunto, lo sfondo. Kandinsky non usa una superficie bianca e piatta, ma crea una serie di sfumature delicate, quasi atmosferiche, che virano dal giallo pallido all’ azzurro chiaro e al rosa.

Questo sfondo è il tappeto sonoro continuo (quello che in musica si chiama basso continuo o tessitura orchestrale). È il silenzio non assoluto da cui emergono i suoni dei singoli strumenti (le forme geometriche in primo piano) e in cui essi tornano a fondersi. I colori dello sfondo impostano la “tonalità” dell’ intera composizione: le zone più chiare e gialle caricano l’ atmosfera di un’ energia vibrante, mentre le aree azzurre calmano il pezzo, portando stasi e profondità.

Guardare Composizione VIII significa, a tutti gli effetti, trovarsi davanti a uno spartito universale. Non c’è caos: ogni cerchio, ogni linea e ogni macchia di colore è posizionata esattamente dove una nota musicale dovrebbe trovarsi per mantenere l’equilibrio dell’ intera sinfonia visiva.

Se Kandinsky era il teorico emotivo e spirituale della musica dipinta, Paul Klee ne rappresenta l’ anima scientifica, geometrica e rigorosa. Per capire il legame indissolubile tra Klee, la pittura e le note, basti pensare che prima di decidere di diventare un pittore a tempo pieno, era un violinista professionista di altissimo livello.

Figlio di un insegnante di musica e di una cantante, Klee è cresciuto immerso nelle partiture. Questa sua formazione non è rimasta un passatempo, ma è diventata lo scheletro metodologico di tutta la sua arte. Quando iniziò a insegnare alla celebre scuola del Bauhaus negli anni Venti, le sue lezioni sulla teoria del colore somigliavano incredibilmente a lezioni di contrappunto e composizione musicale.

Il chiodo fisso di Paul Klee era uno solo: la polifonia. In musica, la polifonia (di cui Johann Sebastian Bach è stato il maestro indiscusso) è la sovrapposizione di due o più linee melodiche indipendenti che suonano contemporaneamente, intrecciandosi tra loro ma rimanendo distinte.

Klee si rese conto che la pittura tradizionale faceva molta fatica a fare questo. Quando guardiamo un quadro figurativo, vediamo una scena unitaria. Klee voleva invece che l’ occhio dello spettatore percepisse più “melodie visive” nello stesso momento. Per riuscirci, iniziò a trattare il colore non come una macchia emotiva, ma come un elemento strutturale regolato dal tempo e dal ritmo.

Linea Melodica A (Colore Giallo) =======> Intreccio Visivo
Linea Melodica B (Colore Blu) =======> (Polifonia sulla Tela)
I “Quadrati magici”: lo spartito matematico.
L’e spressione più pura della sinestesia di Klee si trova nella serie dei suoi celebri “quadrati magici” (di cui un esempio perfetto è l’ opera “Architettura Rossa” o “Armonia Antica”).

Questi quadri sono composti interamente da griglie di quadrati e rettangoli colorati. Non c’è alcun disegno, solo colore puro. Klee strutturava queste griglie seguendo le stesse identiche regole matematiche delle composizioni di Bach:

-il ritmo visivo: la dimensione dei quadrati rappresenta la durata delle note. Un quadrato grande equivale a una nota lunga (una battuta intera); una serie di quadrati piccoli e stretti affiancati rappresenta un ritmo veloce, una successione rapida di note (sedicesimi o trentaduesimi).

-il crescendo e il diminuendo: il passaggio cromatico da una sfumatura all’ altra simboleggia l’ intensità del suono. Se i quadrati passano gradualmente da un rosso scuro e profondo a un arancione brillante e poi a un giallo acido, l’ occhio percepisce un crescendo sonoro, un aumento di volume e di tensione. Al contrario, lo spegnersi del colore verso i toni della terra o del grigio rappresenta il diminuendo, la musica che sfuma nel silenzio.

Per Paul Klee, il quadro non era un’ immagine statica da contemplare in un secondo, ma un’ opera che richiedeva tempo per essere letta. Esattamente come l’ ascolto di un brano musicale, l’occhio deve viaggiare da un quadrato all’altro, saltando da una tonalità calda a una fredda, seguendo il ritmo impresso dall’ artista e ricomponendo, nella mente, una perfetta sinfonia polifonica.

Sarebbe un errore pensare alla sinestesia come a un concetto polveroso, relegato esclusivamente ai musei d’ arte del secolo scorso o ai laboratori di neuroscienze. Questa straordinaria sovrapposizione di sensi è più viva che mai e continua a plasmare la cultura pop contemporanea, la musica che ascoltiamo tutti i giorni sui nostri smartphone e l’ impatto visivo dei grandi concerti negli stadi.

Melissa McCracken: dipingere gli accordi della storia del Rock.
Un esempio perfetto di sinestesia pura nel presente è l’artista americana Melissa McCracken. Nata con la cromestesia (la sinestesia suono-colore), Melissa non ha bisogno di sforzarsi per immaginare la musica: per lei, ogni canzone è una tempesta di colori tridimensionali, texture e movimenti che le fluttuano davanti agli occhi.

Dopo anni passati a credere che tutti vedessero il mondo in quel modo, ha iniziato a usare la pittura a olio e l’ acrilico per mostrare agli altri ciò che sentiva. I suoi quadri sono letteralmente le “fotografie” visive di brani celebri:

Nel suo dipinto basato su Life on Mars? di David Bowie, la melodia si trasforma in una galassia di azzurri vibranti, squarci d’ oro e spruzzi di bianco accecante.

Quando dipinge i Radiohead o Jimi Hendrix, la tela si riempie di texture spesse, graffianti e di tonalità profonde (viola, blu scuro), interrotte da lampi di luce al neon che catturano i riff della chitarra elettrica.

Chitarra Elettrica Distortion —> Spruzzi Dorati / Linee Spezzate
Basso Profondo e Cupo —> Macchie Violacee / Campiture Dense

Le Popstar moderne e la composizionee con i colori.
Se ci spostiamo dall’ arte visiva alla produzione musicale, scopriamo che alcune delle più grandi icone della musica contemporanea sono sinestetiche e usano questa condizione come una superpotenza per comporre.

Billie Eilish: la pluripremiata artista ha spesso dichiarato che ogni sua canzone, album o video musicale nasce prima di tutto come un colore e una forma geometrica nella sua mente. Per la Eilish, il brano Bad Guy ha una forma ben precisa, un colore giallo acceso e un’ atmosfera che sa di asfalto bagnato. Questa sua percezione guida direttamente la scelta delle luci dei suoi show e l’estetica dei suoi pluripremiati video.

Lorde: la cantautrice neozelandese ha raccontato che non riuscirebbe a finire una canzone se il codice colore impresso nella sua mente fosse “sbagliato”. Se una melodia è troppo verde e il testo richiede un’atmosfera blu, lavora sulla produzione musicale finché i colori non si allineano perfettamente.

Pharrell Williams: il celebre produttore e musicista (e direttore creativo della moda) ha intitolato uno dei suoi album storici con i N.E.R.D. proprio Seeing Sounds (Vedere i suoni). Pharrell ha spiegato che non potrebbe produrre i suoi famosi beat senza la guida visiva dei colori che scaturiscono dalle sue tastiere.

Oggi, grazie ai software di produzione musicale e ai visual dei concerti live, la sinestesia è diventata un’ esperienza di massa. Quando un designer luci progetta la scenografia per un tour di Lady Gaga o dei Coldplay, sta facendo esattamente ciò che faceva Kandinsky: cerca il colore perfetto che amplifichi la frequenza emotiva di quel preciso accordo musicale.

La sinestesia pura e innata è una caratteristica rara, che interessa circa il 4% della popolazione mondiale. Tuttavia, gli scienziati sono concordi su un punto: la capacità di associare stimoli sensoriali diversi è presente, in forma latente, in ognuno di noi. È una competenza ancestrale che abbiamo semplicemente smesso di usare. La buona notizia è che possiamo “risvegliarla” e allenarla, trasformando la prossima visita a un museo o il prossimo ascolto su Spotify in un’ esperienza totalmente nuova.

Per iniziare ad abbattere le pareti tra i vostri sensi, provate a fare questo semplice esercizio a casa o la prossima volta che vi trovate davanti a un’opera d’arte:

Isolate lo stimolo. Scegliete un quadro (va benissimo anche un’immagine sul telefono o sullo schermo del computer). Guardatelo per trenta secondi in silenzio, respirando con calma, lasciando che l’ immagine riempia il vostro campo visivo.

Il salto sensoriale. Chiudete gli occhi. Provate a visualizzare il quadro nella mente e ponetevi queste domande: se questa tela potesse emettere un suono, che suono sarebbe? Sarebbe un sussurro polveroso o un urlo improvviso? Un accordo di pianoforte o il graffio metallico di una chitarra elettrica?

Il ritmo del colore. Riaprite gli occhi e cercate il movimento. Guardate le linee: si muovono velocemente come un ritmo techno o fluttuano lente come una melodia ambient? Le zone di colore piatto sono silenzi o note tenute a lungo?

Questo piccolo gioco non serve a farvi diventare sinestetici dall’ oggi al domani, ma ha un potere enorme: rompe lo schema pigro con cui guardiamo il mondo. Vi costringe a rallentare e a considerare l’ arte non più come un oggetto statico da osservare passivamente, ma come un’ esperienza dinamica e viva da abitare.

Il Quadro che Continua a Suonare.
In un mondo che ci spinge sempre di più verso la specializzazione e la frammentazione, dove tutto deve essere catalogato, etichettato e separato, la sinestesia nell’ arte ci ricorda la bellezza della connessione. Ci dimostra che la creatività umana dà il meglio di sé quando si muove sui confini, quando mescola le carte in tavola e permette a un pittore di usare la tavolozza come uno spartito o a un musicista di comporre usando i colori.

Kandinsky, Klee, Melissa McCracken e le popstar di oggi ci hanno lasciato una lezione fondamentale: l’ arte non è confinata nei limiti fisici di una tela o nei solchi di un disco. L’ arte succede dentro di noi, nel momento esatto in cui i sensi si fondono e creano un’ emozione pulita, totale e impossibile da spiegare a parole.

La prossima volta che vi sintonizzerete sulla vostra playlist preferita o che passeggerete tra le sale di una galleria d’ arte, ricordatevi di aprire non solo gli occhi o le orecchie, ma tutta la vostra mente. Chissà che quel brano rock non si tinga improvvisamente di un rosso fuoco, o che quel quadro astratto non inizi a suonare la più bella sinfonia che abbiate mai ascoltato.

E voi, cari lettori, avete mai “visto” la musica o “ascoltato” un colore? Quale canzone della vostra vita ha il colore più intenso? Raccontatemelo qui sotto nei commenti!

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