Enzo Avitabile: ritmo del “Sacro” e la lingua degli “ultimi”

Enzo Avitabile: ritmo del “Sacro” e la lingua degli “ultimi”.

Il prossimo 18 giugno 2026, l’ Università L’ Orientale di Napoli conferirà la laurea magistrale honoris causa a Enzo Avitabile. Non è solo un premio alla carriera, ma il riconoscimento accademico di una verità che il suo pubblico conosce da decenni: Avitabile non è soltanto un musicista, è un antropologo del suono, un costruttore di ponti tra le sponde del Mediterraneo e le periferie del mondo.

In questo post per la rubrica “Forme d’ Arte”, esploriamo il “percorso di studio” di un artista che ha saputo trasformare il rumore del cemento in una preghiera universale.

Il suo traguardo accademico va oltre lo spartito.
La laurea in Lingue e Comunicazione Interculturale che riceverà a giugno è il sigillo su una missione poetica. Avitabile dimostra che la musica può essere una lingua diplomatica. In un’ epoca di muri, lui ha usato il pentagramma per unire il dialetto arcaico campano con i ritmi del Maghreb, del Black Continent e del jazz americano. La sua non è “contaminazione” (termine che lui spesso rifiuta), ma convivenza: far sedere alla stessa tavola tradizioni diverse senza che nessuna perda la propria identità.

La sua provenienza: dalla “periferia al mondo”.
Il viaggio di Enzo Avitabile inizia tra le mura del Conservatorio San Pietro a Majella, dove si diploma in flauto traverso. Ma la sua vera aula è stata la strada, la Marianella degli anni ’70 e ’80.

Fondamentale il suo avvicinamento all’ anima black: dall’ influenza di James Brown e Tina Turner, Avitabile eredita il senso del groove e la comprensione che il “soul” non è un genere, ma uno stato dell’ anima.

A un certo punto, l’ artista sente il bisogno di tornare a casa. Nasce l’ incontro con i Bottari di Portico. Qui l’ avanguardia incontra il passato: strumenti arcaici (anche strumenti contadini) diventano una sezione ritmica monumentale che ha incantato il mondo.

Secondo me il successo della sua carriera risiede nell’ aver compreso e rivalutato la capacità dell’ onda sonora: “energia fisica” e “potere fisico”.
La musica diventa per lui e per chi l’ascolta una terapia d’ urto.
Nell’ universo di Avitabile, il suono smette di essere un ornamento e torna alla sua funzione primaria: energia cinetica. Per capire la sua “forma d’ arte”, bisogna guardare all’ onda sonora non solo come a una melodia, ma come a un corpo fisico che interagisce con il nostro.
Per capire Avitabile, dobbiamo guardare alla musica come energia cinetica. L’ onda sonora prodotta dalle sue percussioni non si limita a colpire il timpano; essa vibra nella cassa toracica dell’ ascoltatore.
Il battito dei Bottari di Portico e la sua bravura con l’ uso del dialetto e del linguaggio a ritmo musicale, non è una scelta folcloristica, è una scelta di fisica acustica. Le botti producono onde sonore a bassa frequenza che non colpiscono solo il timpano, ma risuonano nella cassa toracica dell’ ascoltatore.
Questa vibrazione crea un fenomeno di risonanza che abbatte le difese razionali. È il ritmo della terra, un battito cardiaco collettivo che trasforma il concerto in un rito pagano e sacro allo stesso tempo.
Attraverso il fenomeno della risonanza, il corpo di chi ascolta si sincronizza con il battito della terra. È una musica che si fa materia, che sposta l’ aria e scuote le membra. Non si può restare inerti di fronte a un’ onda sonora che ha la forza di un rito collettivo.

Ha compreso e usa la funzione catartica della musica: dà importanza al suono che “cura”.
Il cuore della sua “forma d’ arte” risiede nella catarsi. La musica di Avitabile segue un percorso di purificazione.

I ritmi ossessivi e le dissonanze del sassofono accumulano una tensione emotiva che rispecchia il dolore delle periferie, la fatica del vivere, il “grido” degli “ultimi”.

Nel momento culminante, l’ esplosione e la frenesia ritmica permette una scarica di energia. È il “brivido” (il frisson musicale) che libera l’ anima dal peso del quotidiano. Come nelle antiche tragedie greche, lo spettatore esce dal concerto purificato, avendo trasformato la propria sofferenza in danza.

Quando interviene il sassofono con le sue note alte e lancinanti, o quando il coro esplode in un polifonia mediterranea, avviene la “scarica”. Quell’ energia accumulata dall’onda sonora si libera, portando a una purificazione emotiva. È la musica che, come diceva Aristotele della tragedia, ci permette di espellere le passioni negative attraverso il coinvolgimento totale.

Con il grido che libera, con la sua voce vibrante e la struttura dei brani di Avitabile segue spesso un crescendo ipnotico. La ripetizione ossessiva del ritmo (il groove) accumula una tensione enorme.

Il messaggio di Avitabile, la lotta degli ultimi, la fratellanza, il dolore delle periferie, non viene “letto e ascoltato” ma viene “sentito”.

La parola dialettale, aspra e viscerale, cavalca l’ onda sonora diventando un proiettile di verità. La funzione del messaggio qui è empatica: l’ ascoltatore non deve capire intellettualmente la sofferenza, deve vibrarne insieme.

La sua poetica del “messaggio”: “Messaggiamo il ritmo, balliamo il messaggio” è pura vibrazione. Questa è la sua massima. La poetica di Avitabile è una preghiera laica.
Le sue liriche, spesso in un napoletano stretto e pietroso, parlano di chi non ha voce. Non c’è compiacimento nel dolore, ma una dignità immensa. La sua musica è un atto di resistenza civile che non usa slogan, ma la forza dell’ empatia. È la dimostrazione che l’ arte non serve solo a intrattenere, ma a ricordare che siamo tutti parte di un’ unica vibrazione umana.

La laurea honoris causa che l’ Università L’Orientale tributerà a Enzo Avitabile non è dunque un semplice riconoscimento formale, ma l’ atto di una narrazione coerente. È il riconoscimento a un artista che ha capito, prima di molti altri, che la musica non è un bene di consumo, ma una funzione vitale.

Avitabile ha preso il “cemento”, quel simbolo di durezza, isolamento e periferia e lo ha reso permeabile attraverso l’ energia dell’ onda sonora. Ha dimostrato che anche dove l’ architettura sociale sembra negare la bellezza, il ritmo può generare una catarsi collettiva, trasformando il lamento di un singolo nel coro di un popolo.

La sua bravura non risiede solo nella perizia tecnica o nella ricerca etnomusicale, ma nella sua capacità di restare un “artigiano del fiato e del ritmo”. In un mondo che corre verso il digitale e l’ immateriale, Avitabile ci riporta alla materia: al legno delle botti che vibra, al ferro di strumenti arcaici che scandiscono il tempo, al sudore di un concerto che diventa rito di purificazione.

Il 18 giugno, quando Enzo salirà su quel podio accademico, non sarà solo il musicista di Marianella a essere premiato: sarà premiata la sua caparbia idea che l’ arte debba avere uno scopo: abbattere i muri, sbriciolare il cemento dell’ indifferenza e restituire a ogni uomo la propria vibrazione universale. Perché, come la sua musica insegna, se il ritmo è vero, non esistono periferie.

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