Oltre 300 Milioni di euro e un “ri-tornello” rotto: il paradosso del Benevento Calcio e una città che dorme
Un’ ora di fila sotto il sole o la pioggia. Bambini con la maglia giallorossa per mano, padri che imprecano, la ressa che spinge e il prefiltraggio per l’ingresso bloccato. Per chi frequenta lo stadio “Ciro Vigorito”, la domenica della serie B non comincia con la magia del calcio, ma con con una visibile condizione di inadeguatezza per l’ attenzione all’ incolumità dei tifosi.
È una scena surreale, ma triste, se non fosse la metafora perfetta di un territorio. Da una parte c’è una macchina da guerra finanziaria capace di bruciare capitali spaventosi; dall’ altra c’è una pubblica amministrazione e una gestione infrastrutturale che faticano a far funzionare persino un cancello di ferro all’ingresso di uno stadio.
Il paradosso di una società “legata alla città”
Per capire le dimensioni di questo paradosso bisogna fare i conti, e bisogna farli bene. Dire che la famiglia Vigorito ha speso “più di cento milioni” in oltre vent’anni di gestione significa sottostimare la realtà.
Tra la scalata dalla Serie C2, le vertigini della Serie A e il tonfo dei ritorni in B e C, le perdite registrate a bilancio dalla holding di famiglia (Maluni S.r.l.) hanno toccato vette impressionanti: dai 30 milioni di rosso nella stagione top della massima serie A ai 18 milioni mandati a picco solo nelle ultime annate di Serie C.
Se sommiamo ingaggi d’ oro, commissioni ai procuratori, cartellini di meteore mai pervenute e continue ricapitalizzazioni a fondo perduto per evitare i libri in tribunale, il conto finale per il ventennio sfiora e supera i 300 milioni di euro.
Cifre da capogiro per una città di 60.000 abitanti. Una massa d’ urto finanziaria che avrebbe potuto ridisegnare il volto urbanistico, sociale e culturale di un’intera valle. E invece, cosa è rimasto alla città? Zero. Nessun centro sportivo polifunzionale di proprietà aperto alla cittadinanza, nessuna cittadella dello sport integrata nel tessuto urbano, nessuna eredità strutturale durevole. Solo memorie di partite e bilanci in rosso.
Ma questa non è una critica al patrimonio privato di Vigorito. Lui dei suoi soldi può farci quello che vuole.
Il cortocircuito tra Palazzo Mosti e lo Stadio
In questo scenario di milioni sparsi a pioggia s’innesta il capitolo più doloroso per le tasche dei cittadini beneventani: il rapporto di perenne contenzioso e rincorsa burocratica tra la società e il Comune.
Lo stadio è un bene pubblico, di proprietà comunale. Negli anni si è assistito a una telenovela grottesca tra convenzioni firmate sul filo di lana, delibere d’ urgenza e carte bollate per rimborsi di manutenzione straordinaria, arretrati TARI ed erogazioni per le utenze. Mentre Palazzo Mosti arranca tra bilanci risicati, strade cittadine colabrodo e servizi essenziali ridotti al lumicino, le risorse e le energie burocratiche dell’ ente restano costantemente incastrate nella gestione dell’impianto di via Santa Colomba.
Perché in vent’anni non si è mai avuta la capacità (o la volontà) politica di stipulare una concessione a lunghissimo termine, come fatto in mezza Europa, che imponesse alla società privata la totale rigenerazione dell’ area e la manutenzione a proprie spese in cambio del diritto di superficie?
La morale del tornello: l’ anestetico sociale
Il risultato di questo cortocircuito è sotto gli occhi di tutti ogni domenica. Un club che ha movimentato quasi 600 miliardi delle vecchie lire si blocca al gate d’ ingresso per un sistema di accesso da Terzo Mondo.
È la metafora perfetta di Benevento. Il pallone ha funzionato per anni come un potentissimo anestetico sociale: finché c’erano i grandi nomi in campo e la Serie A in tv, nessuno faceva caso al contesto che crollava attorno. Ma quando l’ anestetico finisce il suo effetto, resta la cruda realtà: una città dove si spara a mille sulle cifre d’ ingaggio dei calciatori, ma dove il cittadino-contribuente viene trattato come bestiame al varco d’accesso di una struttura comunale.
Benevento non ha bisogno di cattedrali nel deserto o di milionari che ripianano passivi per far sognare la piazza sei mesi all’ anno. Ha bisogno di efficienza, dignità infrastrutturale e di una politica capace di pretendere che chi investe nel calcio lasci valore vero alla comunità, e non soltanto tornelli piantati nel nulla.
L’ accesso allo stadio non è una semplice disfunzione gestionale, ma la rappresentazione plastica di una città che per anni ha preferito stordirsi con l’ anestetico del grande calcio per non guardare le proprie macerie. Quando le luci dei riflettori della Serie A si spengono e i bilanci milionari rivelano la loro vera natura di cattedrale nel deserto, ciò che resta è la cruda realtà della gestione quotidiana: un cittadino-contribuente trattato da spettatore di serie B, costretto a fare la fila davanti a un gate bloccato mentre le risorse pubbliche svaniscono tra le pieghe della burocrazia.
Benevento non ha più bisogno di mecenati che ripianano passivi da record senza lasciare un mattone di patrimonio alla comunità, né di un’amministrazione che rincorre le emergenze e lascia marcire le infrastrutture di tutti. Serve una politica coraggiosa, capace di trasformare la passione sportiva in un vero progetto di sviluppo urbano e di esigere da chiunque gestisca un bene pubblico l’ unica cosa che conta davvero per chi paga le tasse e il biglietto: la dignità dei servizi essenziali.
E’ necessario accendere le luci sulla gestione amministrativa e patrimoniale della società Benevento calcio e del comune di Benevento.

